Ultimo aggiornamento: 20-09-2017 - 13:58
Mercoledì 20 Settembre 2017

La tecnologia nella cooperazione umanitaria

Al festival della robotica un'eccellenza italiana: il servizio sanitario dell’Aeronautica e il trasporto in bio-contenimento

Pisa - 12/09/2017

Il Festival Internazionale della Robotica ospita oggi, martedì 12 settembre, una giornata dedicata alla “Tecnologia nella cooperazione umanitaria”; in tale ambito è intervenuto il Tenente Colonnello Marco Lastilla, il medico infettivologo dell’Aeronautica Militare che, in prima persona, ha partecipato al rimpatrio dei due connazionali colpiti dal virus Ebola in Sierra Leone.

Tra le attività più preziose dell’Aeronautica Militare c'è l’attività di bio-contenimento svolta da un team altamente specializzato e certificato a livello mondiale all’interno del Servizio Sanitario dell’Aeronautica Militare, leader nella capacità di trasporto in bio-contenimento.

Il trasporto sanitario aereo di pazienti altamente infettivi è una capacità dell’Aeronautica Militare unica nel panorama internazionale, grazie a sistemi di isolamento aviotrasportabili e all’impiego di personale altamente addestrato, in grado di garantire elevati standard di sicurezza. Marco Lastilla fa parte di questa squadra: lo abbiamo incontrato presso lo stand dell'Aeronautica allestito agli Arsenali Repubblicani.

- Da quante persone è composta la squadra che effettua il trasporto operativo del paziente?
Il team di isolamento aeromedico è in forza presso l'aeroporto militare di Pratica di Mare. Il trasporto di un paziente altamente infettivo richiede un'unità costituita da almeno 10-12 persone tra medico, medico specialista, anestesista, team sanitario, team logistico per la decontaminazione del materiale (usiamo sia dispositivi di protezione individuale ma anche sistemi di isolatori). Quando viene stabilita la missione operativa il team è pronto nel giro di poco tempo, dalle due alle otto ore (dipende se la missione è nazionale o internazionale)

- Un’eccellenza tutta italiana: l’Aeronautica Militare italiana divide questo importante primato solo con la  britannica Royal Air Force  
Sì, sono le uniche due Forze Armate in Europa ad aver sviluppato la possibilità di effettuare trasporti di malati altamente infettivi. Sicuramente è un'eccellenza tutta italiana che è cresciuta nel tempo. Noi abbiamo iniziato nel 2005; all'epoca anche gli Stati Uniti avevano un team di isolamento - presso il quale abbiamo fatto attività formativa - che oggi non esiste più. In ambito internazionale siamo solo noi, con gli inglesi, ad avere quasta capacità di evacuazione strategica e tattica sia con velivoli ad ala rotante, per esempio elicotteri per un trasporto breve, sia con velivoli da trasporto come quelli della 46esima Brigata Aerea per trasporti di lunga percorrenza.

- In genere cosa succede in volo durante il trasporto di un paziente altamente infettivo?
Dipende innanzitutto dalla stabilità del paziente: ogni paziente per essere trasportato in volo deve essere stabile, indipendentemente dall'isolamento. I parametri vitali devono essere compatibili con il trasporto aereo. Una volta appurato questo, il paziente viene confinato nell'isolatore e viene comunque sedato; c'è la possibilità di interloquire con lui: possiamo farlo sia con sistemi fonici, sia manuali - con lavagne in plastica. Il paziente può essere assisito ponendo all'interno dell'isolatore dei farmaci e strumenti elettromedicali che possono essere utilizzati dall'esterno anche durante il volo, attraverso le maniche che consentono manovre di tipo operativo come inserire agocannule o effettuare intubazioni.

- Il "paziente zero" (il primo trasporto n.d.r.) è stato Fabrizio Pulvirenti il medico di Emergency che contrasse Ebola nel 2014; lo avete trasportato dalla Sierra Leone in Italia. Lei lo conosceva già: cambia qualcosa emotivamente quando si conosce la persona che ha contratto l’infezione?
Io lo conoscevo per motivi di studio. Spesso ci chiedono se abbiamo paura a lavorare con pazienti che hanno contratto malattie infettive. Io rispondo che se ci addestra all'utilizzo dei sistemi e dei dispositivi non c'è nessuna problematica. Per quanto riguarda l'aspetto legato al paziente può esserci un coinvolgimento ma questo non cambia il nostro modo di operare, anzi semmai siamo ancora più motivati a raggiungere un obiettivo. Nel caso del paziente zero lui è stato trasferito dalla Sierra Leone in Italia in "terza giornata". Nell'evoluzione della malattia di ebola il trasferimento rapido in ambiente che abbia la possibilità di usare farmaci sperimentali e cure specifiche consente il cambiamento quasi assoluto della prognosi. Ebola in Africa ha avuto una mortalità dell'80%, in Europa del 20%. Prendere il paziente tempestivamente e in sicurezza cambia completamente il quadro diagnostico. La tempestività è garantita dal velivolo che ci ha permesso in poche ore (36  complessive) di consegnare il paziente all'unità specialistica.

- Gli altri paesi europei si sono attivati per avere un'eccellenza come quella che vanta l'Italia in questo settore?
Per adesso c'è stato qualche tentativo ma ancora senza risultati di rilievo. Gli altri paesi europei ci hanno chiesto il concorso nell'attività di evacuazione di pazienti di questo tipo. Possiamo dire senz’altro che in Italia abbiamo un'eccellenza: facciamo attività formativa a forze armate di altri paesi, lo abbiamo fatto in Olanda per esempio e prossimamente lo faremo in Cile.

- Ha paura di contrarre malattie infettive facendo questo lavoro?
Per quanto riguarda le malattie infettive trasmissibili penso che la conoscenza delle modalità di trasmissione riduca molto la paura di contrarle. Normalmente si ha paura dell'ignoto, di ciò che non conosciamo.

- Quando si è congedato, il generale Achille Cazzaniga ha detto «Raccontate quello che fa la 46esima», lei come lo racconterebbe?
L'attività della 46esima è continua per i trasporti umanitari che non sono solo i trasporti in biocontenimento ma anche i trasporti per i trapianti, quelli per affrontare le calamità naturali. L'attività va sempre avanti 24 ore su 24 per 365 giorni all'anno. Quello che ci dà la motivazione è essere sempre pronti con capacità e conoscenze che siano adeguate.

- Qual è la lezione più grande che ha imparato finora dal suo lavoro?
Che sono importanti la tempestività dell'intervento e la sicurezza. Ricordo il secondo paziente che abbiamo trasportato, un infermiere sardo: quando siamo andati proprio con la 46esima ad Alghero il paziente era in gravi condizioni, era al limite ma siamo riusciti a salvarlo. Negli anni abbiamo fatto enormi progressi: voglio ricordare due medici italiani che sono morti per malattie infettive: il dottor Carlo Urbani che è morto di Sars nel 2003 e la dottoressa Bonino morta di febbre emorragica in Angola nel 2005. Con i sistemi che usiamo oggi, probabilmente saremmo riusciti a portarli in Italia e a curarli con le terapie adeguate.

- La sua passione per la medicina è cresciuta facendo questo lavoro?
Direi proprio di sì: professionalmente sono cresciuto nell'ambito della Forza Armata, sono specialista in malattie infettive e tropicali e poter utilizzare un sistema per il trasporto - che è unico - di pazienti altamente infettivi - sicuramente è un'opportunità che mi ha dato l'Aeronautica Militare e mi fa amare ancora di più questo lavoro

Tiziana Paladini

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